Un giorno una paziente mi chiese, guardando le immagini appese nel mio studio, di stampo dichiaratamente inclusivo di varie identità:
“Ma tu non hai paura che una persona non torni più da te vedendole?”.
“Non sarebbe un problema mio, se non tornasse. Nel mio studio ogni persona è accolta”.
Ho scelto di dichiarare esplicitamente che il mio studio è uno spazio LGBTQIA+ friendly perché credo che l’inclusività non debba restare un’intenzione implicita, ma diventare un impegno visibile e verificabile.
Concretamente significa costruire un percorso di cura in cui ogni persona possa sentirsi al sicuro nel proprio corpo, libera di raccontare la propria storia senza doverla filtrare o giustificare.
Non basta dire “io non giudico”: è una frase che rassicura chi la pronuncia più di chi dovrebbe sentirsi accolto. Dichiararsi LGBT friendly significa invece rendere esplicite pratiche concrete — linguaggio, attenzioni, modalità di lavoro — che qualsiasi persona può conoscere prima ancora di entrare in studio.
La cosa più importante che vorrei far sapere a una persona appartenente alla comunità LGBTQIA+ prima della visita è semplice: qui non dovrai spiegare o giustificare chi sei per ricevere una cura competente e rispettosa, non riceverai domande inappropriate, non darò nulla per scontato.

Perché può essere importante trovare una fisioterapista LGBT friendly?
Molte persone LGBTQIA+ arrivano ai servizi sanitari con un bagaglio di esperienze pregresse poco rispettose: domande fuori luogo, sguardi imbarazzati, professionisti impreparati a gestire nomi, pronomi o corpi che non rientrano in schemi convenzionali.
Non è raro che mi vengano raccontati episodi di questo tipo, spesso vissuti come piccoli ma significativi segnali di non essere completamente al sicuro.
Nel mio lavoro di fisioterapista, e in particolare nella riabilitazione del pavimento pelvico, e di consulente sessuale, questo aspetto pesa ancora di più: si tratta di una valutazione corporea intima, che richiede fiducia.
Sapere in anticipo di rivolgersi a una professionista attenta a questi temi può fare la differenza tra rimandare una cura necessaria e sentirsi finalmente liberə di chiederla.
Non si tratta soltanto di creare un ambiente in cui sentirsi più a proprio agio. Le esperienze di discriminazione in ambito sanitario, così come il timore di essere giudicatə o trattatə in modo inadeguato, sono state associate nelle persone trans a una maggiore probabilità di rinviare o evitare le cure sanitarie. [1] [2]
Per questo sentirsi rispettatə, ascoltatə e al sicuro durante una visita non è un dettaglio: può influire concretamente sul rapporto che una persona ha con la propria salute e con i professionisti sanitari.
Essere LGBTQIA+ non significa essere una categoria clinica
Un principio che ritengo fondamentale è che l’identità o l’orientamento di una persona non debbano automaticamente diventare il centro della visita.
Una persona gay può arrivare in studio semplicemente per una lombalgia, e la sua vita affettiva non ha alcuna rilevanza clinica in quel contesto.
Le informazioni su anatomia, genere o percorso personale diventano importanti solo quando sono effettivamente utili al trattamento — per esempio in ambito di riabilitazione del pavimento pelvico.
Evito domande invasive semplicemente chiedendo solo ciò che serve al percorso di cura, lasciando alla persona la libertà di condividere ulteriori informazioni se e quando lo desidera.
Fisioterapia inclusiva per persone trans e non binarie
Con le persone trans e non binarie utilizzo alcune attenzioni specifiche, a partire dalla gestione di nome e pronomi: chiedo sempre quali usare, senza dare nulla per scontato in base ai documenti o all’aspetto.
Chiedo inoltre quali termini la persona preferisce per riferirsi alle proprie parti del corpo, evitando di presumere quale sia il suo rapporto con la propria anatomia.
Conoscere eventuali percorsi medici o chirurgici pregressi o in corso diventa importante solo quando ha un’effettiva rilevanza per il trattamento fisioterapico, e viene sempre chiesto con delicatezza e nel momento opportuno del percorso.
Un’assistenza rispettosa passa anche da aspetti apparentemente semplici: utilizzare il nome e i pronomi indicati dalla persona, non fare supposizioni sulla sua anatomia, sulla sua sessualità o sul suo percorso, rispettare il modo in cui preferisce parlare del proprio corpo e coinvolgerla nelle decisioni che riguardano la sua salute. [3] [4]
Sono principi presenti anche negli standard e nelle linee guida internazionali dedicate all’assistenza delle persone trans e gender diverse, come gli Standards of Care della WPATH e le linee guida della University of California San Francisco.


Pavimento pelvico e persone trans
Le esigenze che possono portare una persona trans a una valutazione del pavimento pelvico sono diverse: possono riguardare sintomi funzionali, preparazione o recupero da percorsi chirurgici, o semplicemente il desiderio di una maggiore consapevolezza corporea.
Il percorso cambia in base all’anatomia della persona e, quando presenti, eventuali interventi chirurgici possono richiedere un approccio riabilitativo specifico, sia nella fase preparatoria che in quella post-operatoria.
In questi casi, la collaborazione con altre figure sanitarie — chirurghi, endocrinologi, psicologi — diventa fondamentale per garantire un percorso di cura coordinato e sicuro.
Su questo punto esiste letteratura specifica sull’impiego della fisioterapia del pavimento pelvico prima e dopo alcuni interventi di affermazione di genere, in particolare la vaginoplastica, anche se il corpus di evidenze è ancora relativamente limitato.
Consenso e rispetto durante la valutazione fisioterapica
Prima di ogni valutazione spiego sempre con chiarezza cosa intendo fare, perché è importante e cosa la persona può aspettarsi di sentire.
Il consenso viene chiesto prima di ogni fase del trattamento, in particolare per le valutazioni più intime, e può essere ritirato in qualsiasi momento, senza bisogno di spiegazioni.
Le valutazioni più delicate vengono sempre condotte con gradualità, spiegando ogni passaggio e verificando costantemente il livello di comfort della persona.
Queste non sono pratiche riservate alle persone LGBTQIA+: sono buone pratiche cliniche che dovrebbero valere per chiunque, perché il rispetto del corpo e del consenso è alla base di qualsiasi relazione di cura.

Fisioterapista LGBT friendly a Reggio Emilia: il mio approccio
Chi entra nel mio studio trova uno spazio pensato per accogliere corpi e storie diverse, con un approccio alla riabilitazione del pavimento pelvico che unisce competenza clinica e attenzione alla persona nel suo insieme.
Mi occupo di riabilitazione del pavimento pelvico, osteopatia e consulenza sessuale, con un’attenzione particolare a percorsi di cura inclusivi per la comunità LGBTQIA+.
Chi ha dubbi può sempre contattarmi prima di prenotare, per chiedere informazioni o semplicemente per farsi un’idea del mio modo di lavorare.
A chi sta pensando di prenotare una visita vorrei dire questo:
il tuo corpo merita cura, competenza e rispetto, senza bisogno di spiegare o giustificare chi sei.
Fonti e approfondimenti
[1] Thomas SD, Dempsey M, King RJ, Murphy M. Health Care Avoidance and Delay in the Transgender Population: A Systematic Review Exploring Associations with Minority Stress. Transgender Health, 2025.
[2] Jaffee KD, Shires DA, Stroumsa D. Discrimination and Delayed Health Care Among Transgender Women and Men. Medical Care, 2016.
[3] Coleman E, Radix AE, Bouman WP, et al. Standards of Care for the Health of Transgender and Gender Diverse People, Version 8. International Journal of Transgender Health, 2022.
[4] UCSF Gender Affirming Health Program. Guidelines for the Primary and Gender-Affirming Care of Transgender and Gender Nonbinary People. UCSF, 2016.